Il 31 ottobre si avvicina, Halloween è alle porte, siete pronti a festeggiarlo come si deve?
Non penserete forse che non dovremmo celebrarlo perché si tratta di un’americanata? In qual caso, oggi Kappuccio è qui proprio per raccontarvi le origini di Halloween in Italia e in particolare le tradizioni di questa famosa festa nel nostro paese.

Se volte scoprire come e perché si festeggia Halloween,
continuate a leggere!

Le origini

origini halloween italia
Credits: @agirlwithabook__

Iniziamo innanzitutto col chiarire da dove derivi il nome di questa festività.
La parola Halloween deriva dall’abbreviazione della frase inglese All Hallows Eve, ovvero “La Vigilia di tutti gli spiriti”. Il termine nacque in epoca cristiana ma, come spesso accade per molte festività odierne, faceva riferimento alla notte in cui i Celti celebravano i propri defunti antenati.

Col tempo poi, Halloween venne associato al capodanno Celtico e all’antica festa irlandese e pagana conosciuta come Samhain. Si trattava di una ricorrenza stagionale che segnava la fine dell’estate e l’arrivo imminente dell’inverno. Quest’ultima era conosciuta come la stagione morta e da qui, per associazione, si trasformò di nuovo in un momento per ricordare i cari passati.

La comunione con l’idea cristiana arrivò più tardi e lentamente, ma per secoli Halloween è stata, ed è ancora, la festa cristiana del mondo anglosassone.
Ma come avvenne questo passaggio?

La storia dell’Halloween Cristiano

Credits: @terapiasparaelalma

Si dà il caso che, come tutte le tradizioni antiche pagane, nemmeno questa perse mai l’interesse della popolazione. Nel 738 però, Con Papa Gregorio III, la Chiesa, che per secoli l’aveva tollerata, decise di spostare la Festa dei Santi dal 13 maggio al 1 novembre.
In questo modo le due festività, celtica e cristiana, si trovarono sovrapposte. Tuttavia, i rituali tipici pagani (quali falò, lumi, travestimenti e offerte di cibo) continuarono per lungo tempo. Infatti, la Chiesa nel X secolo, decise di aggiungere anche la Festa dei Morti, il 2 novembre.

Fu solo con il colonialismo britannico che, dal 1600, la festa venne esportata nel Nuovo Mondo e da lì si evolse per proprio conto. Diversificandosi anche a seconda degli Stati (come Los Dias De los Muertos in Messico).

Curiosità: pensate che durante l’Halloween originale si usava intagliare le rape e non le zucche! Questa fu una variante americana perché i coloni non trovarono rape nel nuovo continente.

Halloween in Italia: le tradizioni

Credits: @vivi_cagliari

Arriviamo ora ai primi del 1900, dove Halloween in Italia si festeggiava a cavallo tra il 31 ottobre e il 2 novembre. I festeggiamenti ricalcavano gli usi e i costumi pagani a cui siamo abituati tutt’oggi. Cambiò solo una cosa: il nome. Dopotutto non c’è da sorprendersi, vista la frammentarietà regionale in Italia. Ogni regione chiamava questa festività in maniera diversa, ad esempio: “La notte delle lumere” in Sicilia e Lombardia o “Is Animeddas” in Sardegna.

Andando più nello specifico, vediamo le antiche tradizioni di Halloween in Italia regione per regione.

Valle D’Aosta

Diffusi in tutta la regione erano, nei primi giorni di novembre, i riti di accoglienza per il ritorno dei defunti. 

Alcune famiglie tengono viva ancora oggi una tradizione, un tempo osservata in tutte le case la notte tra 1 e il 2 novembre. La sera si preparava la tavola per i cari passati all’altra vita, i “bons défunts”, mettendo a loro disposizione per un pasto notturno: caldarroste, vino, formaggio, pane e salsicce.

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Credits: @diegia

Fino agli anni ’50, le parrocchie di Aosta continuavano a suonare ad intervalli le loro campane dal crepuscolo e per tutta la notte.
Nel pomeriggio di Ognissanti invece, in tutti i caffè della città si distribuivano gratuitamente le caldarroste. Con le foglie essiccate delle castagne si faceva la tipica “Kiuva”, un ammasso di fogliame conservato all’aperto per essere poi dato alle capre durante l’inverno.

Piemonte

In Piemonte la sera di Ognissanti, si usava radunarsi a recitare il rosario tra parenti e a cenare con le castagne. Finita la cena, la tavola non veniva sparecchiata. Essa rimaneva imbandita con gli avanzi (e in particolare con un piatto di caldarroste, i biscotti tradizionali chiamati “ossa dei morti” e del vino rosso) perché si credeva che i defunti tornassero a cibarsene. La famiglia riunita, dopo la cena, lasciava l’abitazione vuota per permettere agli spiriti di rifocillarsi, andando nel mentre in cimitero. 

Credits: @paola_migliorelli

Nella zona di Viù, mentre i vivi mangiavano caldarroste, si predisponevano cibi anche per i trapassati; si faceva una minestra di cavoli e di notte si metteva fuori dalla finestra.

Ad Alessandria si era soliti tenere acceso il fuoco nel camino per scaldare le anime dei defunti.

Liguria

Numerosi sono gli elementi del folklore ligure che rimandano ai riti di accoglienza per i morti di ritorno sulla terra. In molti paesini liguri infatti, era tradizione preparare e riordinare le camere, alzandosi presto la mattina per lasciare il letto ai morti. Inoltre, si preparavano i bacilli (fave secche) e i balletti (castagne bollite) da lasciare come offerta sulla tavola, per aiutarli a rifocillarsi.

Credits: @creazioni.di.viky

Interessante è l’antica tradizione “dell’ufficiolo”. Candeline di cera colorata, lunghe e molto sottili, raggomitolate più volte su se stesse, venivano regalate ai bambini, accese durante le varie funzioni per i defunti tenuti nel periodo di Ognissanti, o usate per ornare chiese, tombe e case.

È presente la tradizione della questua, col nome di “cantegora”. La notte del 1° novembre i bambini si recavano di casa in casa, cantando filastrocche o poesie in onore dei morti, per ricevere il “ben dei morti” (fave, castagne e fichi secchi).

Lombardia

Anche qui era diffusa la credenza che, durante le prime notti di novembre, i morti tornassero nelle loro case. Nella parte orientale della regione però, i riti di accoglienza per i defunti venivano praticati durante la vigilia di Ognissanti (31 ottobre). Sui davanzali delle finestre delle case, si lasciava una ciotola di latte o un bicchiere di vino rosso e del cibo (solitamente castagne bollite) così da nutrire le anime dei trapassati. 

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A Vigevano e in Lomellina vi era l’abitudine di lasciare in cucina una zucca piena di vino, il fuoco acceso e le sedie attorno al focolare. 
Nel milanese e in Brianza ritroviamo un’usanza tipica di Halloween in Italia e in America. Si usava intagliare delle zucche arancioni (a Brenna e altre località, grosse zucchine) per inserirvi le candele sul fondo (chiamate “Lumere”) e andare di casa in casa a chiedere del cibo per i morti: noci, nocciole, castagne.

Veneto

Credits: ca_yogis_art

Dai racconti dei nonni emerge un’antica usanza. Al calare della sera, i bambini si divertivano a intagliare zucche, illuminandole dall’interno con un lumino. Una volta pronte, andavano per le strade di campagna o nei pressi dei cimiteri, si nascondevano dietro a siepi ed alberi e usavano le zucche illuminate per fare scherzi paurosi e dispetti. Nell’Alto Vicentino prendevano il nome di “suche dei morti” o “lumere”.

Credits: @marco.vettorel

A Verona invece, nei balconi-davanzali era lasciata in offerta una zucca vuota ripiena di vino, per ridare forza ai morti che cercavano la strada di casa.

La zucca in Veneto era protagonista anche in cucina in questo periodo, vedi ad esempio il risotto alla zucca. Altre tradizioni culinarie vedono protagoniste le fave dei morti che si lasciavano a tavola prima di andare a dormire, insieme al piatto preferito in vita dei parenti defunti.

Riguardo alle questue, oltre a quelle legate a San Martino, troviamo testimonianze nel Trevigiano e nel Veronese, di gruppi di ragazzini che praticavano la “questua dei Morti”. Si andava in giro per le case a chiedere dolci e soldi per le anime del Purgatorio, recitando: 
«Carità per i vivi e carità per i morti».

Trentino Alto Adige

L’attesa del ritorno dei morti non manca nemmeno in questa regione. Dentro casa veniva lasciata la tavola apparecchiata e il focolare acceso per i defunti. Si usava preparare dei dolcetti chiamati “cavalli”: dei pani dolci di grandi dimensioni. 
La loro origine è legata probabilmente all’antico culto della dea Epona, protettrice dei cavalli, che accompagnava le anime dei defunti nell’oltretomba.

In Trentino erano le campane, suonate la sera dell’1 novembre, a richiamare le anime sulla terra, destandole dal lungo riposo. 
In Valsuga, fino al 1923, la sera di Ognissanti le donne avevano cura di riempire secchi d’acqua per dissetare i morti di passaggio. 
A Bolzano, invece, si era soliti lasciare dolci di fichi secchi (zelten) sui davanzali delle finestre.

Credit: @bb.margot.trento

Ancora oggi, in Valle Aurina, nelle sere dall’1 al 9 novembre, uomini col viso coperto da una maschera di legno (Pitschelesingen) vanno di casa in casa chiedendo, con un canto, aiuto per i poveri.

Friuli Venezia Giulia

In Friuli, era diffusa la credenza che nella notte dei morti questi ultimi potessero uscire dalle tombe, andando in pellegrinaggio nelle chiese fuori dall’abitato. Chi vi fosse entrato le avrebbe trovate affollate di spiriti che sarebbero scomparsi al canto del gallo o al levar della “bella stella”.
Troviamo per questo diverse tradizioni riguardanti l’accoglienza dei morti: dal non fare spegnere il fuoco, perché i morti dovevano prima di tutto scaldarsi, al lasciare ingredienti per prepararsi il cibo da soli.

Credits: @nadaluttieva

Anche nel Friuli Venezia Giulia era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio e d’illuminarle dall’interno con un cero. Queste zucche prendevano il nome di “morte zuchèta”. Se non venivano utilizzate dai giovani per fare scherzi ad amici e parenti, venivano poste sulle tombe, soprattutto nella zona dell’Udinese. 

Tipica di Trieste era la tradizione di mangiare le fave, dolcetto speciale di mandorle e zucchero.

Emilia Romagna

Largamente testimoniati sono i riti di accoglienza per i defunti, che tornavano sulla terra per fare visita ai parenti ancora in vita, nelle notti dei primi di novembre. 
La sera della vigilia del giorno dei morti si lasciava la cucina pulita e ordinata, con cibo in tavola per nutrire gli spiriti dei morti (soprattutto polenta con fagioli, il cibo dei morti).

Credits: @penninonsolodolci

Un’antica usanza emiliana era la “Carità di murt”. Essa era legata all’abitudine dei poveri di recarsi di casa in casa chiedendo cibi di ogni genere per calmare così le anime dei defunti. Per l’occasione si preparavano: la piada dei morti, una focaccia fatta con l’impasto del pane, frutta secca e mosto; e le fave dei morti, dolci tipici della vigilia di Ognissanti. 

La notte del 31 ottobre era usanza sistemare delle zucche intagliate (illuminate dall’interno con una candela) sui muri dei cimiteri e nei crocicchi per spaventare le streghe.

Toscana

Credits: @lavaldichiana

L’uso delle zucche in Toscana lo ritroviamo nel gioco dello “Zozzo”. Dopo aver scavato e intagliato la zucca, la si vestiva in modo che sembrasse un vero mostro e veniva posta in giardino in modo da spaventare la vittima dello scherzo. (Da qui l’usanza degli spaventapasseri con la testa di zucca). In alcuni paesini, la zucca intagliata prendeva il nome di “morte secca”.

Nella Toscana rurale si scavavano, invece, le rape e si usava mettere un lumino a loro interno, per proteggerlo dal vento quando ci si spostava la sera. Si credeva che fosse anche un modo per tenere lontani gli spiriti maligni celati nell’oscurità. Una volta arrivati a casa, il lume veniva lasciato acceso vicino alla porta.

Nella provincia di Massa Carrara, la giornata era conosciuta come “bèn d’i morti”, con il quale in origine i defunti lasciavano in eredità alla famiglia l’onore di distribuire cibo ai più bisognosi. Chi possedeva una cantina invece, offriva ad ognuno un bicchiere di vino; ai bambini, inoltre, veniva messa al collo la ‘sfilza’, una collana fatta di mele e castagne bollite. 

Credits: @ilbalconedirina

Vicino a Grosseto era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. 

Marche

Credits: @tavolartegusto

Qui si usava preparare dei dolcetti chiamati “fave dei morti”, che venivano mangiati il giorno dei morti per cercare di alleviare la tristezza per i cari amati che non ci sono più. Questi dolcetti avevano una ricetta particolare, che si tramandava di nonna in nonna.

Rispetto ad altre regioni, sono poche le testimonianze relative a riti di accoglienza domestica per le anime dei defunti. Abbondanti, invece, sono le storie che riguardano le questue e le offerte.

Credits: @paolo_di_menna

Fino al 1930, verso S. Severino, si faceva “cattendi”, ovvero i bambini andavano per le case a chiedere cibo. La sera del 31 ottobre, per le vie di Fabriano, girava la “mort ‘mbriaca”: un adulto che indossava  un sacchetto di iuta in testa, con dei buchi solo per gli occhi, portando in mano una lanterna accesa. Questa accompagnava i ragazzini nelle case per raccogliere frutta e biscotti.

L’1 e il 2 novembre era consuetudine, secondo le proprie disponibilità, donare elemosine ai poveri che giravano dicendo: «Non c’è niente per i santi e per i morti?».

Umbria

Le tradizioni in questa regione sono molto simili a quelle marchigiane. In Umbria però esistono diverse testimonianze legate ai riti di accoglienza per i defunti.

Credits: @dueamicheincucina

Morti e vivi in questo periodo sono accomunati dall’uso di cibi particolari, che spesso indicavano valori simbolici già dal nome e dalla forma. Era tradizione preparare dei dolcetti chiamati “Stinchetti dei morti” che venivano mangiati il 2 novembre per cercare di alleviare la tristezza per i cari defunti. Si pensava sostituissero le carezze di una persona cara trapassata. Questi dolcetti si preparavano con una base di mandorle tritate e zucchero, farina, burro e buccia di limone.

In Valnerina, fino a non molti anni fa, le strade che conducevano ai cimiteri erano punteggiate da bancarelle che vendevano proprio questi squisiti dolcetti.

Pensate che in Umbria si svolge ancora oggi la Fiera dei Morti, una sorta di rituale che simboleggia i cicli della vita.

Lazio

A Roma si usava consumare un pasto vicino alla tomba di un caro per tenergli compagnia, solitamente una minestra di fave o dei dolcetti: le “fave da morto” e le “ossa di morto”. Come per la Toscana, c’era l’usanza di fare scherzi alle persone e intagliare volti sulle zucche per usarle come lanterne.

Credits: @tizianagargiullo

Diverse sono le tradizioni legate alla questua. Il 2 novembre si girava per le case dei parenti e conoscenti per chiedere il “bè pei Morti”. Si raccoglievano fichi, nocciole, noci e dolci. Tradizione voleva che si dovesse contribuire, altrimenti una maledizione sarebbe caduta sulla casa e i suoi abitanti.

 «Dammi il bè dei morti se no ti caccia l’occhi»

Abruzzo

Nel folclore abruzzese si credeva che, nel periodo di Ognissanti, i morti tornassero sulla terra e potessero decidere di rimanervi fino all’Epifania. Per questo motivo dopo cena, la sera tra l’1 e il 2 novembre, il tavolo da pranzo veniva apparecchiato per ristorare le anime dei defunti che tornavano a far visita ai vivi durante la notte. Inoltre, si lasciavano tanti lumini accesi alle finestre quante erano le anime care.

A Campli si usava mettere un lume acceso sulla tomba, affinché il defunto, uscito dalla fossa, potesse servirsene per tornare a casa.

Credits: @nevolenuvole

Oltre alla cena era comune usanza decorare le zucche (scavandole e intagliandole, per poi illuminarle con una candela accesa).
La sera del 31 ottobre i giovani bussavano alle porte delle case chiedendo offerte per i defunti (solitamente frutta di stagione, frutta secca e dolci).
Diffusa era anche la questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani, che andavano di casa in casa cantando una canzone.

Sardegna

Credits: @francyusai

La Sardegna è forse la regione italiana che tiene più viva ancora oggi le sue tradizioni. Qui Halloween è conosciuto come la festa delle anime, detta anche “Su mortu mortu”. Questa infatti era la frase che pronunciavano i sagrestani delle chiese di Nuoro quando bussavano alle porte nelle questue degli adulti.

Gruppi di bambini andavano per il paese bussando di casa in casa chiedendo: «is animeddas» (le anime). I bambini, in cambio, ricevevano dolci; il dolce era considerato un pegno dato in ricordo dei propri cari scomparsi.

Credits: @jessica_cani

In Gallura, nella questua dedicata ai giovani, quando i ragazzi bussavano alla porta, chiedevano: «ce li deti li molti e molti?» (ci date i morti e i morti?). Il dono consisteva per lo più in castagne e fichi secchi.

Nel nord dell’isola si festeggia tuttora l’antica festa di Sant’Andrea, celebrata a Martis e in altri comuni dell’Anglona e del Goceano.
La notte del 30 novembre gli adulti vanno per le vie del paese percuotendo fra loro graticole, coltelli e scuri allo scopo di intimorire i ragazzi.
I bambini che nel frattempo vagano per le strade con delle zucche vuote intagliate a forma di teschio e illuminate all’interno da una candela. Quando bussano alle case, battono coperchi e mestoli e recitando una minacciosa filastrocca in sardo-corso: «Sant’Andria muzza li mani!» (Sant’Andrea mozza le mani). In cambio, ricevono dolci, mandarini, fichi secchi, bibite e denaro. 

Molise

In tutta la regione era diffusa la credenza del ritorno dei morti e della loro permanenza fino all’Epifania. Per questo motivo c’erano molti riti di accoglienza (soprattutto il lasciare cibo e bevande sulle tavole e lumi accesi sia all’interno sia all’esterno delle case).

Ad Agnone (Isernia), per esempio, la sera del 1° novembre si andava a dormire presto, altrimenti i morti non potevano rientrare in casa. Si aveva cura di lasciare la tavola apparecchiata, per ristorare il morto.

Credits: @chemamma.it

L’usanza di intagliare la zucca era presente anche in Molise. Si dava alla zucca la forma di un volto umano e si metteva una candela al suo interno, creando così la “mort cazzuta” (cazzuta deriva dalla parola “caz” che in lingua punico-fenicia significa “tagliare”). 

Campania

Credits: @chiarapassion

In questa regione si preparano tutt’oggi dei dolcetti in occasione di Ognissanti. Troviamo: il “torrone dei morti” (un torrone morbido a base di cioccolato che si trova in tantissime varianti) e il cosiddetto “monachino”. Oltre a questi, a Napoli si usa preparare un dolce all’uovo battuto, dalla forma di osso umano.

Esistono anche molte tradizioni legate alle questue.
Fino a poco tempo fa i bambini napoletani, nel periodo dei morti, andavano in giro per i vicoli della città portando con loro una piccola scatola di cartone con una fessura alla sommità, decorata con il disegno di un teschio. Scorrazzando a gruppetti, fermavano i passanti chiedendo qualche spiccio. Sempre nel napoletano i questuanti, il 2 novembre, muniti di borsello per le elemosine, giravano per le case chiedendo soldi per le anime del Purgatorio.

A Benevento i questuanti ricevevano legumi, granturco cotto, fichi secchi e noci.

Puglia

Particolari le varianti delle usanze dell’Halloween pugliese.

Alla mezzanotte del 31 ottobre, davanti alle fotografie dei defunti, si sistemavano dei ceri che dovevano bruciare per tutta la notte, affinché la loro luce guidasse gli spiriti dei defunti verso casa. La sera precedente al 2 novembre si apparecchiava la tavola per i morti, che restavano in visita fino a Natale o fino all’Epifania. 

Credits: @tenutamastrofrancescomf

In alcuni paesi si scavavano e si intagliavano le zucche, si accendevano fuochi nelle piazze e negli incroci e si cucinava alla brace. 

A Orsara, in particolare, la festa veniva e viene ancora oggi chiamata “Fuuc acost” e coinvolge tutto il paese. Si decoravano le zucche chiamate “cocce priatorje”, si accendevano falò (anticamente di rami di ginestre). 

Credits: @claudiarizzitano

In alcuni paesi come Paternò (CT) il giorno di tutti i Santi ci si recava al cimitero a visitare i morti insieme ai bambini e, insieme alle preghiere, si chiedevano dei doni.
La sera si andava a letto presto perché a mezzanotte le anime dei defunti portavano i regali. Questi consistevano in dolci vari per i bambini che si fossero comportati bene durante l’anno, carbone per quelli che invece fossero stati cattivi.

Diffusa era anche l’usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando una canzone. Questa costumanza in Puglia si chiamava “l’aneme de muerte” e si apriva con questa specie di breve serenata rivolta alla massaia:

“Chemmare Tizie te venghe a cantà
L’aneme de le muerte mò m’a da dà.
Ah ueullà ali uellì
Mittete la cammise e vien ad aprì.

La persona cui era rivolta la canzone di questua si alzava, faceva entrare in casa la brigata e offriva vino, castagne, taralli e altro. 

Basilicata

Tra le usanze comuni della Basilicata, ritroviamo il rito di lasciare la tavola imbandita per ristorare i defunti in visita quella notte.

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Credits: @roberta_rm

In alcuni paesi della Basilicata, dopo aver messo tutti a riposo, la donna di casa riponeva sui davanzali del cibo, acqua e frutta come offerta ai defunti. Sistemate le offerte, come ogni abitante della casa doveva andare a letto prima della mezzanotte per evitare di incontrare le anime dei morti.

Nella città di Matera esisteva una credenza particolare riguardo la processione dei morti. Si narrava che le anime dei trapassati scendessero in città dalle colline del cimitero, stringendo un cero acceso nella mano destra.

Non mancavano, anche qui, tradizioni che rimandano al “dolcetto o scherzetto” americano.
Testimonianze di fine Ottocento confermano che la mattina del 2 novembre girassero “li pizzent’”, cioè i poveri. Essi intonavano la richiesta: «Carità a li vivi e carità a li mort», ricevendo in cambio pane e fave.

Calabria

La sera della vigilia di Ognissanti, in questa regione del sud di usava prevalentemente andare in corteo al cimitero. Qui, dopo le preghiere e le benedizioni per i propri defunti, veniva imbandito un banchetto sulle tombe a cui tutti quanti erano invitati a partecipare.

Credits: @maggie_tolot

Nel paese Serra San Bruno, ancora oggi vi è la secolare tradizione del “Coccalu di muortu”. I ragazzini, dopo aver intagliato una zucca, riproducendo un teschio, e averla illuminata con una candela accesa posizionata all’interno, gironzolavano per le vie del paese tenendo in mano la loro creazione. Bussando agli usci delle case, oppure rivolgendosi alle persone che incontravano per strada, esordivano con la frase: «Mi lu pagati lu coccalu?» (Me lo pagate il teschio?), per ricevere in cambio cibo o più raramente soldi. 

Sicilia

Anche in Sicilia, come in altre regioni del sud, quella di Ognissanti è ancora oggi una festa speciale, soprattutto per i più piccoli che ricevono dei doni dai defunti. Dolci e frutta secca sono il premio che si aggiudicano i ragazzi che sono stati buoni durante l’anno.
I doni da parte dei defunti sono definiti “li cosi dei morti”.

In terra sicula, durante il giorno dei morti si mangiano le “ossa dei morti”: dolci di pasta di mandorle vendute dalla vigilia fino alla fine del 2 novembre. 

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Credits: @alerussopastry

Nella zona di Palermo, per celebrare Ognissanti, si usa preparare la “frutta di Martorana”, un tipico dolce siciliano simile al marzapane a base di farina di mandorle e zucchero e confezionato sotto forma di frutta.
Si è soliti anche preparare dei dolci chiamati le “mani”, panini dolci a forma di mani e le “dita di apostolo”, dolci di marzapane simili appunto alle dita della mano. 

Siete rimasti stupiti nel conoscere le origini e il vasto numero di antiche tradizioni per festeggiare Halloween in Italia?

Con questo articolo speriamo di aver fatto luce su numerosi pregiudizi che circondano questa festività, etichettandola come meramente commerciale e lontana dalla nostra cultura.
Detto ciò, vi suggeriamo di dare un’occhiata anche al nostro articolo sugli spunti per un menù di Halloween che sarà online il 26 ottobre! Iscrivetevi alla newsletter per ricevere la notifica! 🙂

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